Sport e passatempi nel Medioevo


dadiGli sport medievali, generalmente violenti, erano un modo di allenarsi alla guerra. I figli dei nobili imparavano a cavalcare e praticavano il tiro con l’arco. I re e le loro corti, oltre ad assistere ai tornei partecipavano a frequenti battute di caccia.
Molte persone amavano sport attualmente ritenuti crudeli, come i combattimenti dei galli e la lotta tra i cani e un orso (incatenato). I proprietari pagavano per far partecipare i loro cani al combattimento e se l’orso guaiva, il padrone del cane vinceva un premio in denaro.

C’erano anche giochi che possono essere considerati gli antenati di alcuni sport moderni, come l’hockey o il baseball.
Le palle utilizzate per tali giochi erano fatte di legno, oppure ricavate dalla vescica o dallo stomaco di un animale o di cuoio riempito di stoffa.
Una forma primitiva di calcio era praticata su un terreno vastissimo e vi prendeva parte un’intera folla.palla

lottaGiochi di ragazzi

I bambini si divertivano con trottole, cerchi, biglie e bambole; costruivano volentieri castelli di sabbia. Mentre i ragazzi più grandi si esercitavano nel combattimento con spade di legno e prese di lotta.
Uno di questi giochi simulava un torneo con due “combattenti” in equilibrio sulle spalle di altri due ragazzi che cercavano di far cadere a terra l’avversario. I “cavalli” potevano spingere usando le spalle, ma non usare le mani o i piedi. Vinceva chi riusciva a far cadere l’avversario due volte su tre gare.
Le spade di legno usate dai ragazzi erano più pesanti di quelle di metallo, ma erano meno pericolose e il loro peso serviva a sviluppare una muscolatura forte nelle braccia e nel petto.

Giochi da tavolo

Erano molto popolari giochi con dadi e gettoni, simili alla dama o al tric trac (o tavola reale). Gli scacchi, considerati anche un buon allenamento per le tattiche di battaglia, arrivarono in Europa nell’XI secolo, portati forse da mercanti arabi. Il gioco delle carte invece rimase sconosciuto fino al XV secolo.
La chiesa condannava i giochi d’azzardo come i dadi perché li riteneva peccaminosi, ma essi continuavano ad attirare comunque molti giocatori e si scommetteva quasi su tutto.

scacchi2scacchi1

Caccia

falco1Nel XIV secolo la caccia era considerata un vero e proprio sport oltre che un modo per procacciarsi la carne. La maggior parte dei terreni non coltivati erano considerati riserve di caccia per i loro proprietari. I contadini ne erano esclusi, ma potevano piazzare trappole per i piccoli animali.

Molti nobili praticavano la caccia col falco e allevare, addestrare e impiegare questo animale era considerata una vera e propria arte.
Gli uccelli addestrati erano trattati come re, appollaiati sul polso del loro proprietario e andando con lui ovunque, a tavola e anche in chiesa.
Nella corte d’Inghilterra il “Gran falconiere del re” era tenuto in grande onore.

falco5La caccia a cervi e cinghiali era praticata con l’aiuto di cani addestrati appositamente, i cani da caccia dei proprietari più abbienti vivevano in canili riscaldati e venivano nutriti con pasti speciali.
Cacciare i cervi aiutava i giovani cavalieri ad addestrarsi per la guerra. Cavalcavano cavalli veloci chiamati corsieri.
La pesca invece era poco praticata come sport perché non implicava violenza e aggressione.

caccia1

Tornei

torneo3Nel corso della storia, i combattenti si sono sempre allenati per la guerra e i tornei erano al centro della vita dei cavalieri.
Durante i tornei, eventi che potevano durare per diversi giorni, squadre di uomini e singoli individui si affrontavano in finte battaglie.
Questi giochi militari tenevano in allenamento i cavalieri ed erano un’occasione per mettere in mostra la loro abilità di combattenti.
Alcuni cavalieri partecipavano ai tornei perché amavano combattere, altri volevano provare di essere abili per una battaglia, altri ancora per dare sfoggio di coraggio di fronte alle dame.
Indossavano pegni d’amore, come guanti, maniche o nastri delle loro dame sui loro elmi o annodati alle loro lance.
Il volto dei cavalieri era coperto dall’elmo, ma gli spettatori potevano riconoscere i partecipanti al torneo dai colori e dagli emblemi che indossavano.
Ogni cavaliere indossava una tunica sopra l’armatura, ricamata con i colori e gli stemmi della propria famiglia. Anche i cavalli erano coperti da gualdrappe negli stessi colori.

Alcuni cavalieri fecero fortuna diventando combattenti professionisti e viaggiando per il mondo per sfidare e battere altri uomini desiderosi di lottare. Alcuni divennero ricchi, altri trovarono solo la morte.
Per esempio, Geoffrey di Britannia, il fratello minore di Re Giovanni d’Inghilterra, cadde al suolo e fu calpestato a morte dagli zoccoli dei cavalli mentre prendeva parte a un torneo a Parigi, in Francia nel 1186.
Un altro combattente famoso, William le Marshal, fu trovato dopo un torneo con la testa appoggiata all’incudine di un fabbro. Il fabbro dovette martellare l’elmo ammaccato del cavaliere con un martello prima che potesse essere rimosso.
I tornei erano molto popolari per gli spettatori, ma non erano visti di buon occhio dalla Chiesa perché erano molto frequenti morti e ferite gravi.
In un torneo tenuto a Neuss, in Francia, nel 1240, morirono 60 cavalieri, molti soffocati per il caldo all’interno delle loro armature.

torneo1L’attrazione principale di questi intrattenimenti pittoreschi era la giostra, nella quale i cavalieri cercavano di disarcionarsi l’un l’altro con lance spuntate.
I partecipanti si caricavano galoppando lungo piste chiamate lizze e il punteggio massimo si otteneva facendo cadere di sella l’avversario.
Anche se le lance erano spuntate, rimaneva uno sport pericoloso e i cavalieri indossavano armature speciali per una protezione maggiore. Erano più pesanti e meno flessibili di quelle usate in battaglia, ma non si indossavano per lunghi periodi.
Gli elmi potevano pesare fino a tre volte tanto rispetto a quelli usati in guerra e avevano una piastra rinforzata sotto la fessura per gli occhi.
I cavalieri incrociavano sempre il loro avversario sulla sinistra, perciò il lato sinistro delle armature da torneo era sempre più rinforzato rispetto a quello destro. Anche lo scudo veniva portato sul braccio sinistro.
Nonostante le precauzioni potevano capitare incidenti e ferite, a volte mortali.
A volte i cavalli si scontravano tra loro (gli storici hanno stimato che l’impatto potesse avvenire alla velocità combinata di oltre 90 km orari) e i cavalieri potevano restare uccisi.
Poco dopo il 1400 fu introdotta una barriera di legno che divideva a metà la lizza per tenere separati i due cavalieri che si caricavano.
Il re francese Enrico II morì proprio durante un torneo, a causa della scheggia di legno di una lancia che attraverso un occhio gli si era conficcata nel cervello.

Le mischie, finte battaglie, erano le forme più antiche di torneo. Questi eventi si tenevano in vaste aree di terreno con due squadre di cavalieri che combattevano per la vittoria.
Le armi usate erano le stesse che si usavano in guerra e spesso gli uomini restavano feriti o uccisi.
I cavalieri più abili potevano fare fortuna perché i cavalieri sconfitti spesso dovevano cedere le loro armature e i loro cavalli ai vincitori.
Entrambe le squadre potevano prendere prigionieri che venivano liberati solo dopo il pagamento di un riscatto, proprio come in guerra.
Nel tredicesimo secolo le mischie divennero meno pericolose, con regole più severe e l’utilizzo di armi non affilate.
Le aree dove avvenivano i combattimenti, chiamate lizze, erano molto più piccole di prima e intorno a esse venivano costruiti spalti per gli spettatori più importanti come re, nobili e dame, che amavano assistere allo spettacolo emozionante offerto dalla velocità dei cavalli e dal valore e dalla forza dei cavalieri.

torneo2

Una famosa rappresentazione letteraria di un torneo medievale si può trovare nel romanzo Ivanhoe di Walter Scott:

[…]
Il mattino spuntò luminoso e terso, e prima che il sole fosse alto sull’orizzonte,
gli spettatori più indolenti o più impazienti fecero la loro comparsa nella radura
dirigendosi verso il campo come a un raduno, per assicurarsi dei buoni posti da
cui seguire la continuazione dell’atteso torneo.
Poco dopo comparvero sul campo i marescialli e i loro aiutanti insieme agli
araldi, per prendere i nomi dei cavalieri che intendevano partecipare alla giostra
e del gruppo a cui avevano deciso di associarsi. Secondo le formalità di rito, il
Cavaliere Diseredato avrebbe capeggiato una fazione, mentre Brian de Bois-
Guilbert, giudicato secondo il giorno precedente, fu messo a capo dell’altra.
Sebbene il torneo collettivo in cui tutti i cavalieri combattevano insieme fosse
più pericoloso dei combattimenti individuali, era tuttavia più seguito e pratica-
to dalla cavalleria di quel tempo. Molti cavalieri che non avevano sufficiente
fiducia nelle loro capacità per sfidare un avversario di grande fama, desiderava-
no tuttavia mostrare il loro valore in uno scontro collettivo nel quale potevano
incontrarsi con altri su un piede di parità.
[…]
Non appena Rowena fu seduta, gli araldi ordinarono il silenzio per ripetere le
regole del torneo. Queste erano state calcolate in modo da ridurre in parte i peri-
coli del combattimento, precauzione tanto più necessaria in quanto lo scontro si
sarebbe svolto con spade affilate e lance appuntite. Ai campioni era proibito di
usare la spada di punta e si dovevano limitare a menare colpi. Fu annunciato che
potevano usare la mazza o l’ascia di guerra a piacere, ma il pugnale era un’arma
proibita. Un cavaliere disarcionato poteva riprendere il combattimento a piedi
con qualsiasi altro della fazione avversaria che si trovasse nelle stesse condi-
zioni, ma i cavalieri a cavallo, in questo caso, non dovevano attaccarlo. Quando
un cavaliere riusciva a spingere l’avversario ai confini del campo fino a fargli
toccare la palizzata col corpo o con le armi, questi era obbligato a dichiararsi
vinto e la sua armatura e il suo cavallo passavano a disposizione del vincitore.
A un cavaliere che fosse stato così sopraffatto non era più concesso di prendere
parte alla lotta. Se un combattente veniva buttato a terra e non era in grado di
rialzarsi, il suo scudiero o paggio poteva entrare nel campo e portar fuori dalla
mischia il padrone, ma in tal caso il cavaliere era considerato vinto e le sue armi
e il suo cavallo erano dichiarati confiscati. Il combattimento doveva aver ter-
mine non appena il principe Giovanni avesse abbassato il bastone di comando,
questa precauzione veniva di solito presa per evitare l’inutile spargimento di
sangue causato dal protrarsi di uno sport tanto violento. Il cavaliere che avesse
infranto le regole del torneo o comunque trasgredito quelle dell’onore cavallere-
sco poteva essere privato delle armi ed essere messo, con lo scudo rovesciato, a
cavalcioni della palizzata ed esposto al pubblico disprezzo come punizione per
un comportamento indegno di un cavaliere.

FONTI:

a cura di Ilaria Tomasini