Il gioco degli scacchi nel Medioevo


LA VISIONE DELLA SOCIETÀ ATTRAVERSO LA SCACCHIERA

Nel VI secolo d.C. le regioni a nord dell’India furono segnate da un susseguirsi di battaglie, che non tardarono ad essere rappresentate su una tavola da gioco. Nacque così il gioco degli scacchi, pur se diverso da come adesso lo intendiamo: la scacchiera era uguale, ma i giocatori erano 4, i pezzi erano solamente 8 a testa e lo spostamento di questi ultimi non veniva deciso solo dal ragionamento, ma anche dal lancio di dadi.

Fra VIII e IX secolo, attraverso gli Arabi, il gioco deli scacchi raggiunse la Penisola Iberica, e da lì si diffuse, appassionando ogni classe sociale, dai re ai servi, in tutta Europa.

Questo gioco fu molto popolare fin dall Medioevo perché rappresentava un quadro della società dell’epoca. Il pezzo più importante era il Re, che era sostenuto e protetto dalle altre figure, più importanti tra i quali i cavalli, gli alfieri e le torri, per terminare con i pedoni, che rappresentavano i servi della gleba.


Imitando la guerra, gli scacchi ricordano a tutti che il Re, il capo dell’esercito, è indispensabile per la sopravvivenza. Caduto il Re, il gioco (e quindi la vita) termina, qualunque sia il numero e la situazione degli altri pezzi.

Proprio per tal motivo, gli scacchi vennero usati, metaforicamente, per descrivere la società medievale associando la scacchiera alla città all’interno del quale si spostavano i rappresentanti delle classi sociali, ognuno con un proprio ruolo e compito.

La figura della Regina venne introdotta solo nei primi anni del 1500 e la sua nascita fu frutto delle notevoli modifiche che subì il gioco. Infatti durante il loro lungo percorso dall’oriente i pezzi mutarono sia nella forma che nel nome. Rimasero invariati solo i pezzi corrispondenti al Re, al Cavallo e ai Pedoni mentre, L’arabo “Ualfil” (elefante) divenne l’Alfiere in italiano; il “Rukh” arabo-persiano (cammello) si tramutò nella Torre. Il “Fers”, il Visir, il comandante dell’Oriente, cambiò addirittura sesso, divenendo la Regina. L’introduzione della Regina avvenne per l’influenza della società, sempre in continua in evoluzione: questo pezzo infatti, a differenza degli altri che possono effettuare solo spostamenti limitati, può colpire da lontano ed in ogni direzione, ed è paragonabile all’introduzione delle armi da fuoco e della polvere da sparo.

Bisogna tener presente che nel Medioevo ogni tipo di divertimento era condannato dalle autorità prima tra le quali la Chiesa. Tale ostilità si può spiegare forse con il sospetto che questo gioco fosse un’occasione di peccato o di avidità (se praticato per guadagnare). Il malinteso nacque dal fatto che molti giocatori dell’epoca, per rendere il gioco più eccitante, inserirono l’uso dei dadi per determinare quale mossa si dovesse compiere, snaturando in tal modo le regole originali.

Proprio per ovviare al “proibizionismo” emanato dalla Chiesa, un sacerdote, nel 1125, inventò la scacchiera pieghevole nascondendo la stessa facendola apparire semplicemente come due libri che si trovano insieme.

Negli anni successivi però il gioco si diffuse straordinariamente anche fra i ceti più elevati, tanto che la destrezza in questo gioco era una delle probitas (virtù). Famoso divenne il trattato “Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scachorum” di frate Jacopo da Cassole dell’ordine dei Domenicani, in cui gli scacchi sono usati come fonte di ammaestramenti morali.

Fu anche grazie a quest’opera che il gioco degli scacchi uscì dal grave limbo in cui era precipitato dopo la proibizione di giocare con esso.

Si delineò così una netta divisione tra il gioco dei dadi, soggetto all’elemento fortuna, considerati come passatempi da taverna legati alla fortuna e all’azzardo, correlato a doppio filo col bere smodato, con le risse e le bestemmie, e quello degli scacchi, che implicava riflessione e intelligenza, apportando ai praticanti di tale gioco risvolti benefici e positivi, godendo così di ben altra considerazione, in quanto reputati dai predicatori come gioco d’ingegno, quindi meritevole di rispetto, una sorta di sottile e ricercato passatempo.

FONTI:

A cura di Martina Barbuscio