Gidino da Sommacampagna


Gidino (o Ghidino) da Sommacampagna nacque presumibilmente a Verona in un anno imprecisato del decennio 1320-30. Di origini umili, il padre Manfredo, contadino, aveva abbandonato la nativa Sommacampagna per trasferirsi a Verona, dove divenne campsor, tenendo un banco di cambio nelle vicinanze dell’attuale piazza delle Erbe. Nel 1342, sotto Alberto II e Mastino II, nipoti di Cangrande Della Scala, di cui si era guadagnato la fiducia, Manfredo passò al ruolo di factor generalis et procurator. Egli ebbe, oltre a Gidino, altri figli: Perozzo, che divenne notaio, Martino e Accio, detto Zucco, autore di un non trascurabile volgarizzamento delle favole di Esopo.

Non si hanno notizie precise sulla giovinezza di Gidino: si può pensare a studi regolari, probabilmente giuridici, che lo fornirono di una discreta cultura classica e filosofico-giuridica.

Per diverso tempo si è creduto che Gidino avesse esordito come rimatore sotto il governo di Mastino II della Scala, poiché nelle sue poesie ritorna frequentemente l’esaltazione di un principe con questo nome: ma altri, fra i quali Carlo Cipolla, hanno dimostrato che “Mastino”, nella tradizione scaligera, era divenuto un nome comune e che esso poteva essere usato per qualsiasi membro della dinastia; è vero tuttavia che l’ascesa politica di Gidino avvenne piuttosto negli anni del governo (1351-59) di Cangrande II della Scala: i primi documenti in merito infatti si collocano tra il febbraio 1353 e il novembre 1358 e si riferiscono alle cariche pubbliche da lui occupate. I documenti relativi a queste cariche provengono tutti dall’archivio della potente famiglia veronese dei Bevilacqua, alla quale Gidino fu anche legato da un rapporto di parentela, avendo sposato, intorno al 1364, Feliciana, figlia di Francesco. Un documento del 19 luglio 1358 lo indica come “ufficiale” di Cangrande II della Scala e si può ipotizzare che l’importante carica fosse stata ottenuta da Gidino in omaggio all’autorità di suo padre, che era morto qualche mese prima.

La morte di Cangrande II e l’ascesa al potere di Cansignorio della Scala provocarono il ribaltamento delle fortune di Gidino. La punizione per il fedele cortigiano di Cangrande II fu una dura condanna al carcere emessa tra la fine del 1359 e i primi del 1360: Gidino passò due anni in una cella del palazzo di Cansignorio e fu liberato solo verso la metà del 1362 grazie alla mediazione del potente Francesco Bevilacqua. Durante gli anni di carcere Gidino avrebbe progettato il Trattato e arte de li rithimi volgari, come potrebbero testimoniare i suoi stessi versi della “ballata de nome composito per molte dictione”, in cui si dichiarava compiuto il disegno del trattato (“l’opra fenì cellata nel mio core”) e si manifestava il desiderio di vedere compiersi insieme la stesura del proprio lavoro e la fine della prigionia.

Tornato libero Gidino fu fornito dei mezzi necessari per riprendere una vita agiata: sia con l’investitura di un possesso fondiario avvenuta il 17 dicembre 1362, sia con il matrimonio con Feliciana, che però visse ancora solo sei anni; successivamente, in data ignota, ma comunque precedente al 6 luglio 1374, sposò Caterina di Falsurgo.

In due lettere del dicembre 1374 indirizzate a Ludovico Gonzaga, relative a un concorso per la ristrutturazione del celebre serraglio dei Gonzaga, il nome di Gidino risulta appartenente alla “fattoria” di Cansignorio della Scala ed è inoltre indicato per secondo nell’elenco, a testimonianza di una certa autorità raggiunta. Il ruolo pedagogico di Gidino accrebbe la sua fama di intellettuale: educò i giovani figli di Cansignorio, Bartolomeo II e Antonio della Scala, che ressero insieme, fino al 1381, il dominio scaligero.

Il ruolo di prestigio conseguito da Gidino presso gli Scaligeri gli consentiva di esercitare un magistero letterario intransigente, come si accorse il rimatore padovano Francesco di Vannozzo che fu invitato a risiedere, nel 1381, presso la corte di Antonio della Scala: la convivenza fra i due poeti non dovette essere del tutto pacifica, come sembrano testimoniare i sei sonetti a contrasto che essi si scambiarono attorno al tema della creazione del mondo.

La tesi esposta dai versi di Gidino rifletteva, sia pure genericamente, la teoria cristiana di ascendenza platonica sulla derivazione del mondo da un caos originario, mentre Francesco di Vannozzo riprendeva la teoria averroistica dell’eternità del mondo: a sostegno delle sue tesi Gidino richiamava l’autorità della Bibbia, di Ovidio, dei “grandi filosofi” e di Dante, tutte fonti che, sottolineava, sono da richiamare non soltanto per i sonetti della tenzone ma per la maggior parte degli esempi del Trattato. Proprio sul rinvio a queste auctoritates si sviluppò la contesa: a Francesco, che rifiutava il richiamo all’osservanza della tradizione e rivendicava la libertà di una vita gaudente, Gidino replicava, con un sonetto trilingue (latino, volgare e francese), in cui lo ammoniva a tornare sulla retta via.

Elargendo numerosi benefici ai propri cortigiani, i due giovani principi Della Scala riuscirono ad accattivarsi la simpatia anche di vecchi avversari di loro padre; in questi anni Gidino risalì nella scala gerarchica divenendo procurator e quindi fattore generale. Anche dopo il fratricidio compiuto da Antonio della Scala, durante un periodo che vide la corte scaligera aumentare scriteriatamente i propri fasti, Gidino continuò la propria ascesa fino all’alta carica di cunxillarius, registrata nel marzo del 1385. In questo stesso anno, che rappresenta l’apice e al contempo l’inizio della fine della carriera pubblica e cortigiana di Gidino, si strinse l’alleanza tra Verona e Venezia; oltre all’aiuto militare che le truppe del doge fornirono alle incursioni scaligere nei territori occupati dai Carraresi, venne concessa a Gidino la cittadinanza veneziana per i meriti da lui conseguiti presso la corte dogale: la sua insistenza nella richiesta di questo riconoscimento può far pensare a una volontà di tutelarsi dinanzi al probabile, imminente crollo del potere scaligero.

La guerra, insieme con le spese eccessive per i lussi della corte, aveva dissestato le finanze veronesi e ciò causò una crescente impopolarità del governo di Antonio della Scala: l’atteggiamento di Gidino fu ambiguo e, fingendo fedeltà al signore scaligero, si preparava il tradimento. La sua strategia era quella di ingannare Antonio sul reale svolgimento della guerra, per impedirgli di salvarsi con un armistizio e lasciarlo travolgere dal malcontento popolare. Si ignora se Gidino fu esiliato dopo la caduta dello Scaligero e il bando dei suoi fautori nei patti tra il Comune di Verona e Gian Galeazzo Visconti: alcune fonti affermano che il suo nome non compare tra quelli degli esiliati e questo potrebbe testimoniare dei servizi resi ai nemici di Antonio, altre citano un documento del 1387, peraltro perduto, in cui invece egli apparirebbe nell’elenco degli scacciati da Verona.

L’ultimo documento che ricorda Gidino in vita è un atto di vendita del 4 dicembre 1388. Si ignora la data della sua morte, che avvenne però prima del 1400, come si ricava da un atto notarile dell’ottobre di quell’anno che fa riferimento agli eredi di Gidino.

È da far risalire, con molta probabilità, al periodo compreso tra il 1381 e il 1384 la composizione del Trattato e arte de li rithimi volgari, dedicato ad Antonio della Scala: il trattato è tramandato da un solo codice ascrivibile alla fine del XIV secolo, conservato a Verona presso la Biblioteca capitolare (ms. CCCCXLIV [287]). Si tratta di un’opera dipendente da un altro trattato trecentesco, la Summa artis rithmici vulgaris dictaminis, scritta nel 1332 dal padovano Antonio Da Tempo, che Gidino rielaborò e volgarizzò riformulando alcune definizioni ed esemplificazioni attraverso versi propri. In realtà nel Trattato non è rintracciabile alcun riferimento alla Summa, che pure era molto diffusa, in particolare in ambiente veronese, essendo anch’essa dedicata a uno Scaligero, Alberto II della Scala: è stata in proposito ipotizzata l’incompletezza del codice veronese latore del Trattato che allontanerebbe dal reticente Gidino il sospetto di una volontà di plagio della sua fonte latina. Al di là di questi non chiariti rapporti è comunque importante sottolineare la comune origine veneta di molti trattati inerenti a problemi metrici, non escluso il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri che, sia pure incidentalmente, può essere ricondotto all’ambiente veronese: una spiegazione di ciò è probabilmente da cogliere nella natura particolarmente ricettiva dell’area veneta a influssi letterari di varia provenienza, anche straniera, e all’esigenza conseguente di nazionalizzare tali influenze con una sistemazione teorica della prassi poetica. Con le opere di Antonio Da Tempo e di Gidino da Sommacampagna siamo dinanzi a un tentativo organico di descrizione delle principali forme metriche, con l’intento evidente, nel Trattato, di ricondurre all’interno di parametri comuni i fenomeni metrici più diversi, in una prospettiva a metà strada tra il teorico e l’empirico. Anche la lingua del Trattato è interessante: vi si coglie l’evoluzione del volgare scritto in una notevole ripulitura dagli elementi dialettali, pur conservando ancora tracce evidenti del veronese antico.

Da un confronto più specifico con il trattato di Antonio Da Tempo emergono interessanti innovazioni, a partire dall’impostazione stessa che Gidino dà alla sua opera, che appare così non come un semplice volgarizzamento della Summa, bensì come una sua rielaborazione ampliata e aggiornata. Manca la divisione in due parti in cui il Da Tempo distingueva i problemi relativi alla scansione in versi dalla analisi dei sette generi metrici: la maggior sintesi di Gidino non esclude la trattazione di problemi teorici quali sinalefe, dieresi e sineresi, ma egli riconduce questi fenomeni a una indagine più empirica, tentando una maggiore articolazione degli esempi in proposito, che lo porta anche a qualche infortunio, come l’errata lettura di una dieresi nel verso XIX, 37 dell’Inferno. Tutta la materia appare scandita dalla trattazione dei generi metrici già indicati dal padovano (in ordine “gerarchico”: sonetti, ballate, canzoni distese, rotondelli, madrigali, serventesi, motti confetti), integrati da altri innovativi: equivoci, bisticci, asticci, composizioni, contrasti. Pur mantenendo una sostanziale fedeltà al lessico tecnico della Summa – di cui accetta anche alcune etimologie dei diversi metri: per esempio, deriva il “madrigale” dalla “mandria” degli ovini – Gidino introduce nuovi termini importanti come rima, che usa accanto a quelli contigui di rithimo e consonancia o l’aggettivo sdrucole con cui designa le rime proparossitone: momento innovativo importante che fu ripreso, due secoli dopo, da Pietro Bembo nel secondo libro delle Prose della volgar lingua, così come Gian Giorgio Trissino riprese la similitudine della struttura della “ballata grande” e del sonetto. È anche importante l’introduzione da parte di Gidino dei termini missiva e responsiva, entrati nell’uso per definire i sonetti di corrispondenza. Altrove Gidino precisa il senso di altri termini già usati dal Da Tempo, come piede, che nel Trattato sta a indicare la quartina del sonetto, secondo un’accezione vicina a quella che Dante proponeva nel De vulgari, dove piede indica la suddivisione della stanza nella canzone.

Per la descrizione dei generi metrici Gidino segue l’ordine fissato nella sequenza già proposta nella Summa, in contrasto sia con la gerarchia stabilita da Dante, sia con quella seguita da altri autori trecenteschi che privilegiavano la ballata. In Antonio Da Tempo e in Gidino da Sommacampagna, due autori che non a caso si collocano all’inizio e alla fine del secolo, è evidente quella “vocazione contaminatoria” tipica della poesia veneta del Trecento che spinge a raccogliere tradizioni diverse senza traumi: viene così privilegiata la forma semplice del sonetto, di cui sono analizzate le sedici varietà già indicate dalla Summa. Questo primato è confermato dal fatto che entrambi i trattatisti applicano al sonetto gli artifici tipici di quel “manierismo combinatorio” molto diffuso all’epoca in area veneta. Gidino porta alle estreme conseguenze quei paragrafi di Antonio Da Tempo dedicati all’aequivocatio, in cui il piano del significante diviene determinante, con una serie di esemplificazioni tradizionalmente stroncate dalla critica, che non ne coglie però il carattere sperimentale e il contesto storico-culturale. Importante è anche l’ampliamento che Gidino dedica al fenomeno della poliglossia, che in Da Tempo riguardava soltanto i “sonetti bilingue” e che riceve da Gidino una più ampia esemplificazione, ben rispecchiante la reale diffusione nella Padania della composizione di testi plurilingui.

Ma è soprattutto nella trattazione del madrigale e del serventese che Gidino appare maggiormente innovativo: del primo le varianti descritte da Gidino ben rispecchiano l’ampia diffusione che ebbe in tutto il secolo, in concomitanza con la diffusione dell’Ars nova; del serventese Gidino amplia fino a sette le versioni più diffuse, testimoniando, anche in questo caso, un momento di particolare vivacità di un genere metrico prima della sua eclissi nel Quattrocento.

L’esemplificazione delle forme metriche è affidata quasi del tutto a versi dello stesso Gidino, come d’altronde aveva già fatto il Da Tempo. Ma all’ispirazione di questi, fortemente caratterizzata in senso sapienziale e nutrita della cultura della patristica e delle sacre scritture, Gidino sostituisce una formazione classica, che rimanda in particolare alle Egloghe virgiliane e alle Metamorfosi di Ovidio, queste ultime filtrate da un’opera conosciuta alla corte scaligera nei primi anni Settanta, la Genealogiadeorum gentilium di Giovanni Boccaccio: raramente tuttavia i versi di Gidino si rivelano capaci di valori autonomi, sollevandosi dal ruolo di esemplificazioni tecniche a cui sono destinati.

Di particolare interesse è il componimento che chiude il Trattato, un lungo contrasto tra un “moderatore” e un “provocatore” che commentano la discesa in Italia, nel 1384, delle truppe francesi al comando di Enguerrand de Coucy per portare aiuto a Luigi I d’Angiò: in ben 67 stanze, di fattura spesso faticosa, si svolge un articolato commento delle cause politiche della spedizione, mettendone in rilievo le conseguenze per gli Stati italiani e in particolare per Verona.

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A cura di Fabio Scolari