Medicina e chirurgia in epoca medievale

SITUAZIONE SANITARIA GENERALE NEL MEDIOEVO

Il Medioevo è da sempre considerato un periodo buio e in parte lo fu anche per ciò che concerne la medicina e la chirurgia.

Le condizioni di vita non erano delle più favorevoli, la scarsezza di cibo e quindi un’alimentazione inadeguata e la scarsa igiene collettiva e personale contribuirono al proliferare di epidemie e infezioni. Le continue guerre e la debilitazione generale fecero sì che la mortalità in quel periodo storico fosse molto alta e l’aspettativa di vita al contrario molto bassa.

La medicina che fino ad allora si era basata sugli studi di Ippocrate e Galeno iniziò il suo declino in quanto con l’affermarsi del Cristianesimo si fece largo l’idea che la malattia fosse una punizione di Dio quindi il medico non poteva e non doveva opporsi alla Sua volontà, si considerava il morbo come una peculiarità dell’umanità, erede del peccato originale di Adamo ed Eva.

Le epidemie perciò vennero considerate come il flagello con cui Dio punisce i suoi figli, e proprio per questo vennero viste come un modo per espiare i propri peccati.

La figura del medico non era vista di buon’occhio, ciò dato dal fatto che, nonostante le cure, la mortalità era comunque alta e costui basava la sua opera su rituali e preghiere. Il contatto con l’ammalato era ridotto al minimo e, per evitare di essere contagiato respirando i malefici odori che questo esalava, il medico posizionava sotto il naso la scorza di un’arancia essiccata, oppure visitava nelle fogne convinto che i cattivi odori tenessero lontane le malattie. Inoltre vi era la proibizione da parte della Chiesa di eseguire autopsie in quanto il cristiano per arrivare in Paradiso doveva avere un corpo integro e non martoriato, in pratica non esisteva un solo medico che avesse la possibilità di apprendere l’anatomia umana.

Salasso e strumenti per praticarlo

Fondamento della medicina medievale è la teoria dei quattro umori, si era convinti che nell’uomo si trovassero quattro fluidi: bile nera, bile gialla, flegma e sangue, prodotti da vari organi del corpo. Una persona era in buona salute soltanto nel momento in cui vi era un perfetto equilibrio tra questi elementi, in caso contrario bisognava ristabilire l’equilibrio attraverso la dieta, le medicine, il salasso o direttamente il taglio di una vena, generalmente nella parte interna del braccio, facendo fuoriuscire abbondante sangue.

Quando c’era un aumento di qualunque umore o liquido organico si poteva ristabilire l’equilibrio tramite la sudorazione, la lacrimazione, le feci o l’urina. Se questi sistemi naturali si interrompevano o guastavano, la malattia poteva proliferare.

I mezzi diagnostici dell’epoca consistevano nell’ispezione di sangue, feci, urina e nell’esame del polso.

Il sangue era esaminato per la viscosità, temperatura, scivolosità, sapore, schiumosità, rapidità di coagulazione, e le caratteristiche degli strati in cui si separava.

L’osservazione, comunque, consisteva principalmente nel considerare visivamente l’apparenza esterna del paziente, nell’ascoltare la descrizione del paziente della malattia, e nell’ispezione ed odore delle sue escrezioni.

MEDICO VS CHIRURGO

Operazione chirurgica da un affresco, probabile XV sec.

C’è da sottolineare che all’epoca vi era una netta distinzione tra medicina e chirurgia nonostante fossero estremamente correlate. Il medico è colui che si occupa dei problemi interni al corpo, è lo studioso che evita il più possibile il contatto diretto con il malato, il chirurgo invece è colui che si occupa dei problemi esterni dell’individuo, si occupa di fratture, interventi e malattie, non è visto di buon occhio, anzi considerato quasi un macellaio, malvisto dalla Chiesa stessa che aborriva il contatto fisico e che vietava in maniera quasi assoluta lo studio del corpo umano attraverso la dissezione anatomica, infatti le conoscenze sulla circolazione e sul funzionamento degli organi vennero principalmente fatte sui maiali. La differenza delle due figure era data anche dalla lunghezza della toga: il medico indossava una lunga toga da cui spuntavano solo le scarpe, per evidenziare la sua statura culturale, il chirurgo invece indossava una toga corta dove si vedevano le gambe per dimostrare il rango inferiore.

Alcuni interventi chirurgici venivano poi delegati ad un subalterno, il barbiere, il quale non si limitava ad operare in un ambito prettamente estetico, ma si dedicava a vere e proprie operazioni come ad esempio l’estrazione dei denti, i salassi, la cura degli ascessi.

Le operazioni delegate ai barbieri erano sicuramente quelle più umili e a più diretto contatto con il sangue che era disprezzato e ritenuto pericoloso e velenoso, tanto che la legge imponeva di gettarlo via immediatamente dopo gli interventi.

LA SCUOLA SALERNITANA

Dall’anno 1000 si ha però un sempre maggior interesse e studio verso la medicina e le tecniche chirurgiche, grazie anche all’influenza della cultura araba. Da ricordare Albucasis, che scrisse Altasrif: nel suo scritto si trovano molte illustrazioni di strumenti chirurgici e istruzioni per il confezionamento di fasciature con compresse di garza imbevute di vino, inoltre dava consigli per il trattamento di lussazioni e fratture e per  la cura dei calcoli vescicali.

Spongia soporifera – miniatura dal Post Mundi Fabricam, codice francese, primo quarto del XIV secolo

La cultura araba influenzò moltissimo i medici e i chirurghi che frequentavano la scuola di Salerno, che tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo ebbe il suo massimo fulgore e godette dell’appoggio di molti principi e sovrani.

Il primo grande chirurgo riconosciuto dalla scuola salernitana fu Ruggero Frugardi, che con i suoi studenti compilò la Chirurgia magistri Rogeri, ritenuto il primo testo originale di chirurgia occidentale, il libro servì a porre le basi della formazione del chirurgo.

Il contributo principale della scuola salernitana alla chirurgia è rappresentato dal trattamento delle ferite del cranio: i medici riconoscevano che ogni trauma cranico poteva essere complicato da un’emorragia intracranica e affermavano che ogni ferita aperta a livello del capo doveva far sospettare una frattura. Ruggero inoltre aveva una vasta esperienza per quanto riguarda le ferite da combattimento, soprattutto quelle di freccia o lancia penetrate in profondità, egli consigliava di non rimuoverle in quanto questa manovra causava più danni che benefici.

Con la scuola salernitana iniziarono i primi veri interventi maggiori e il problema principale era il dolore che il paziente provava, di conseguenza si cercò un modo per addormentare l’ammalato: nel Post Mundi Fabricam, scritto sempre da Ruggiero Frugardo, si fa riferimento alla spongia soporifera. Questa spugna dopo essere stata pescata dai fondali marini e lasciata ad asciugare al sole, veniva posta in un recipiente di rame insieme ad un micidiale cocktail di oppio, giusquiamo, succo di more acerbe di rovo, di edera rampicante, di foglie di belladonna, lattuga e papavero e fatta bollire per ore fino all’assorbimento dell’intruglio, dopodiché veniva lasciata essiccare al sole per un mese circa. All’occorrenza la spugna veniva fatta rinvenire cuocendola a bagnomaria e infine fatta annusare al paziente per farlo addormentare, il rischio però, se le dosi non erano corrette, era che il paziente non si svegliasse più dopo l’operazione.

Rolandus Parmensis, Chirurgia, I, 5-6, esame chirurgico di una frattura del cranio (manoscritto del Nord Italia, circa 1300, Roma)

Una volta anestetizzato il chirurgo poteva incidere i tessuti, fino alla fine del XIII secolo si usava il ferro rovente, di tradizione araba, poi si iniziò ad usare il bisturi. Gli strumenti chirurgici dell’epoca erano svariati e molto spesso venivano commissionati dal chirurgo stesso al fabbro.

Ruggero da Frugardo fu un luminare inoltre per quanto riguarda i drenaggi con cannelli di sambuco nelle ferite profonde, le suture delle lesioni intestinali con seta e ago sottile, o l’uso del setone negli interventi per gozzo, introdusse inoltre la posizione inclinata per le operazioni di ernia che conosciamo oggi come posizione di Trendelemburg e tutt’ora usata.

Dal Regimen Sanitatis Salernitanum:

“Sensus et ars medici curant, non verbae sophistae – Hic aegrum relevat curis, verbis necat iste.”

“Sono l’arte del medico ed il suo buon senso a guarire, non le parole del sofista – il primo infatti aiuta il paziente con le sue cure, il secondo lo uccide con le sue chiacchiere.”

STRUMENTI CHIRURGICI

Copia di antichi strumenti chirurgici del XV sec.

  1. Forbice per estrazione: strumento utilizzato principalmente per agganciare corpi estranei all’interno del paziente, tra cui punte di frecce o schegge.
  1. Forbice o pinza anti-emorragica (simile alla pinza Klemmer moderna): strumento con più utilizzi, come pinza per l’arresto di emorragie venose o arteriose per mezzo di una pressione, o come forbice per l’estrazione di corpi estranei.
  1. Uncino: strumento per il sostegno del bisturi nel corso delle resezioni di parti messe in tensione, utilizzato anche per tirare e avvolgere il filo da sutura.
  1. Forcella a due denti: strumento con vari utilizzi, come distanziatore fisso tra due divaricatori, funzione di leva o attorcigliamento del filo da sutura.
  1. Sonda o specillo ad ago lungo: questo strumento ha una funzione principalmente esplorativa all’interno dei condotti, utilizzata anche come cauterio se la parte da cauterizzare si dovesse trovare all’interno di profondo e strette cavità (naso, bocca).
  1. Bisturi o cauterio: il bisturi trova il suo impiego specifico, secondo la grandezza, che va dalle semplici incisioni per il deflusso di liquidi, alle escissioni tumorali, fino alle recisioni dei legamenti.
    In questo caso il piccolo bisturi può essere utilizzato per l’incisone della superficie cutanea addominale e dei tessuti sottocutanei. Infatti, seppur piccolo ma ben affilato, un bisturi con le medesime caratteristiche trova impiego nella chirurgia moderna.
    Come cauterio poteva venir utilizzato per cauterizzare piccole escrescenze o arrestare emorragie.
  1. Bisturi: questo bisturi agiva molto probabilmente su superfici dure vista la grandezza della lama, probabilmente veniva utilizzato oltre che sui tessuti su superfici ossee.
  2. Aghi: lo spessore di questi aghi suggerisce l’uso per la cucitura si superfici cutanee consistenti, per la cucitura di lembi cutanei in ferite incorse in battaglia o post amputazione.
  3. Filo per suture
  4. Sega per amputazioni: strumento utilizzato per l’amputazione di arti.

TERIACA

La teriaca è uno dei più antichi antidoti, risale al 100 a.C. quando Mitridate IV chiese al suo medico di studiare tutti i possibili veleni con cui avrebbe potuto essere ucciso e di prepararne un antidoto altrettanto potente, il medico mise piccole dosi di moltissimi veleni insieme e le somministrava giornalmente al suo sovrano, rendendolo immune al veleno. Anche Nerone e Marco Aurelio si premunivano dagli avvelenamenti ingerendo quotidianamente piccole dosi della potente e costosissima medicina di Mitridate.

Per tutto il Medioevo questa potente medicina fu molto utilizzata, prima dagli arabi poi dalla scuola salernitana, che la raccomandava per moltissime patologie, un’unica medicina per tutte le malattie, il sogno di ogni farmacologo e paziente, iniziò così l’enorme successo di questo intruglio miracoloso.

Le Crociate e i commerci con l’oriente portarono in Europa nuovi veleni e spezie e nel 1223 la preparazione della teriaca passò agli speziali, grazie ad un editto di Federico II di Svevia che separò la professione medica da quella dell’aromatore, il futuro farmacista. Il vero boom di questa medicina si ebbe alla fine del Trecento, dai 54 componenti utilizzati dalla ricetta di Mitridate, si passò a 74. La teriaca migliore e più rinomata arrivava da Venezia, che per qualche secolo ne ebbe quasi il monopolio per quanto riguarda il commercio. La preparazione nel giro di qualche anno si trasformò in un vero e proprio evento pubblico e su un antico documento del monastero di Camaldoli venne descritta come molto costosa.

I trocisti di teriaca (precursori delle moderne pastiglie) venivano confezionati seguendo le antiche regole di Galeno. La prima regola da seguire era il rispetto degli influssi astrali. La carne essiccata di vipera arrivava dalle femmine dei rettili catturati poco dopo il risveglio invernale sui Colli Euganei. I veneziani uccisero così tanti rettili che nel giro di qualche decennio le vipere scomparvero, gli speziali si spostarono sui colli vicentini, veronesi e friulani; e quando i rettili velenosi non si trovarono più, misero in piedi allevamenti artificiali.

Per raggiungere il massimo dell’efficacia la teriaca doveva maturare per almeno sei anni, poi la si poteva utilizzare fino a 36 anni dopo la preparazione. I medici la sconsigliavano nel periodo estivo e il dosaggio variava a seconda della gravità della malattia e dell’età del paziente, da una dramma (1,25 gr) a mezza dramma.

La leggenda e la fortuna dell’antidoto buono per tutte le malattie durarono fino all’età moderna e a Napoli si continuò a confezionarla secondo le antiche ricette fino il 1906.

LA CHIRURGIA E I METODI STRAMBI

Nell’immagine qui a fianco si possono vedere alcuni metodi per curare varie patologie: in alto a sinistra si cerca di raddrizzare la gobba di un malato legandolo ad una scala a testa in giù e poi lo si scuote con forza per aiutare la colonna vertebrale e le vertebre a ritornare nella posizione corretta. Nella figura a destra un chirurgo cerca di estrarre dal paziente dei calcoli dalla vescica, mentre l’immagine in basso raffigura come venivano curate le emorroidi ovvero cauterizzando la parte dolente.

Nel Medioevo i medici erano convinti che le malattie fossero causate da un eccesso di liquidi nel corpo, la cura più utilizzata era il salasso, dove veniva tagliata una vena e prelevata una dose massiccia di sangue, in alternativa si usavano le sanguisughe.

Catetere

Nel caso di malattie veneree come la sifilide, vista l’inesistenza degli antibiotici, si era obbligati ad intervenire inserendo un catetere vescicale, che consisteva in un tubo metallico che dall’uretra arrivava in vescica e faceva fuoriuscire l’urina evitando un globo vescicale.

Molti altri metodi, a volte strambi vennero adottati nel corso del Medioevo, basti pensare che per curare la peste si erano diffuse varie pratiche tra cui cospargere il corpo di un impasto fatto con escrementi umani, fare il bagno nell’urina, strofinare il corpo con un pollo morto e ingerire polvere di smeraldo, ovviamente nessuno di questi metodi portava alla guarigione, anzi il più delle volte andava a peggiorare una situazione già critica.

 

 

La civiltà ci ha sottratti alle spade, per farci meglio sentire la paura dei chirurghi.

(Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979)

 

FONTI:

  • Knut H.M. Hager, Storia illustrata della chirurgia, Il pensiero scientifico editore, 1989.
  • Raffaele A.Bernabeo, Giuseppe M.Pontieri, G.B. Scarano, Elementi di storia della medicina, PICCIN,1993.
  • Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Verona, Medici e malattie: tra storia e memoria. Gli articoli di storia della medicina in vent’anni di Verona Medica, 2010.
  • G.Cosmacini, L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1997.
  • Gino Fornaciari, Valentina Giuffra, Manuale di storia della medicina, Felici, 2011.
  • www.unipv.eu
  • ilmondodiaura.altervista.org
  • www.mondimedievali.net
  • www.paleopatologia.it
  • www.unisi.it
  • www.albertperconte.it

a cura della Dott.ssa Greta Lugoboni