Arte ottoniana


Nella seconda metà del IX secolo finisce il progetto imperiale carolingio, con la morte di Carlo il Grosso. La situazione europea tra IX e X secolo è di particolare difficoltà, segnata dalle incursioni dei Normanni e degli Ungari. La prima reazione a questa crisi viene dalla dinastia sassone degli Ottoni, che ritenta il progetto unificante e imperiale di Carlo Magno. Di questo casato fanno parte:

  • Ottone I (962-973)
  • Ottone II (973-983)
  • Ottone III (996-1002)
  • Enrico II (1014-1024)

L’arte ottoniana è un fenomeno di corte ispirato, ma senza continuità diretta, alla tradizione carolingia. Nell’esperienza artistica legata alla dinastia sassone è poco marcato il rapporto con il mondo antico ma, grazie a vincoli matrimoniali (vedasi l’unione tra Ottone II e la principessa bizantina Teofano), si stringe il legame tra gli Ottoni e l’Impero bizantino.
Nel periodo ottoniano il territorio del Sacro Romano Impero è più circoscritto e focalizzato sul suolo germanico, rispetto a quello carolingio. Pertanto anche l’arte ha una connotazione prevalentemente legata alla cultura tedesca.
Tuttavia, in molti casi vi è continuità con sedi e fondazioni di origine carolingia, come, ad esempio, i monasteri.
La cappella palatina di Aquisgrana diventa un riferimento simbolico per la dinastia sassone e per le successive dinastie imperiali.

Questa cappella, fatta costruire da Carlo Magno, viene parzialmente replicata in epoca ottoniana, come nel caso della chiesa abbaziale della Santissima Trinità di Essen: il corpo occidentale si rifà alla metà della cappella palatina di Aquisgrana, con la stessa logica dell’articolazione su due piani e la partizione del piano superiore a doppio ordine colonnato.

La parte esterna è una sorta di Westwerk[1] con le torri scalari. Anche nella chiesa di Ottmarsheim, in Alsazia, si può notare la stessa tipologia architettonica, che riprende da Aquisgrana il motivo dei pilastri con archi al piano terra, il motivo del “traliccio” di colonne e le volte a botte in salita del matroneo, tuttavia a pianta semplificata.

In epoca ottoniana non si appongono modifiche sostanziali alla cappella di Aquisgrana, ma si crea un arredo che sia adeguato alla presenza imperiale. Ne è un esempio la “Croce di Lotario”, donata da Ottone III. Si tratta di un oggetto in oro, su cui sono montate pietre preziose e antiche. Inoltre, all’incrocio dei due bracci, è presente un grande cammeo antico con l’immagine dell’Imperatore Augusto. Sul verso della croce è incisa la raffigurazione di Cristo crocifisso. Il fatto che Gesù sia sul retro denota che la croce è stata creata principalmente per la celebrazione dell’Imperatore.

Un’altra opera prestigiosa per ornare la cappella è l’”antependium”[2] dell’altare maggiore, realizzato su committenza di Enrico II. Questo artefatto è stato creato in lamine d’oro e riporta al centro l’immagine di Cristo benedicente circondato da simboli evangelici.

Un ulteriore manufatto legato ad Enrico II è l’ambone[3]: un oggetto di oreficeria ingrandita, decorato con oro, argento, gemme e raffigurante i quattro evangelisti.

Il riferimento all’antico è un elemento artistico poco sottolineato in epoca ottoniana, mentre si insiste maggiormente sull’immagine dell’imperatore. Esempio di ciò è un foglio del “Registrum Gregorii”, dove la raffigurazione dell’imperatore (probabilmente Ottone II) è rappresentata in trono con le Province che gli rendono omaggio e viene inoltre applicata la proporzionalità gerarchica.

La rigidezza della composizione si accentua nella produzione miniata: nell’Evangelario di Ottone III si notano una maggiore essenzialità, colori più brillanti, scarso senso di profondità, volti con occhi sbarrati; questi sono tutti elementi che caratterizzano questo tipo di produzione in età ottoniana.

Il potere ottoniano si appoggiava sull’organizzazione ecclesiastica dei vescovati e dei monasteri. Particolare importanza assume la figura del vescovo Bernoardo (993-1022), precettore di Ottone III e consigliere di Teofano. Egli fonda e segue la costruzione della chiesa di San Michele di Hildesheim (1010-1033).
La struttura è a due corpi: uno occidentale particolarmente sviluppato ed un corpo orientale speculare, anche se meno potenziato nella zona absidale. L’ingresso non è in facciata ma di lato; pertanto San Michele è una chiesa adiabatica. Una caratteristica principale di questa chiesa, nonché una novità ottoniana, è l’alternanza dei sostegni che dividono la navata. Questa innovazione viene chiamata “sistema alternato sassone”: pilastro-colonna-colonna-pilastro.

Di pregevole fattura è la porta di bronzo con i battenti lavorati a fusione piena e pertanto molto pesanti. La porta di Hildesheim presenta un progetto iconografico di evidente contenuto didattico proposto con specularità narrativa tra il battente di sinistra e quello di destra: da una parte le storie della creazione dell’uomo, dall’altra la storia dell’incarnazione di Cristo.

Le figure posseggono grande vitalità e attenzione ai gesti significativi. Tutto è calcolato e ideato ai fini della comunicazione. Attraverso quest’opera, ideata dal vescovo Bernoardo, si può cogliere come la Chiesa dia sempre più importanza all’immagine scultorea come strumento didattico.
Anche in questo caso si nota come la tendenza artistica ottoniana sia quella di cogliere l’essenziale per dare comunque una comunicazione efficace e di immediata comprensione.

NOTE

[1] Westwerk = corpo occidentale di alcune chiese medievali formato da un nucleo centrale a più piani, affiancato da due torri scalari.
[2] Antependium = rivestimento destinato a ornare la faccia anteriore dell’altare.
[3] Ambone = struttura sopraelevata dalla quale vengono proclamate le letture.

FONTI:

a cura del Dott. Nicola Residori