Alberto I della Scala


Alberto_della_ScalaAlberto della Scala, secondo figlio di Iacopino, nacque in data a noi non nota, ma al più tardi attorno al 1245, dato che nel 1263 risulta già coniugato con Verde da Salizzole. Fondatore della potenza scaligera in Verona, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande, che gli succedettero uno dopo l’altro nella signoria. Alberto I fu Signore di Verona dal 1277 fino alla sua morte, anche se già precedentemente fu fidato consigliere del fratello maggiore, da cui ereditò il potere.

Ben prima di assumere il supremo potere in Verona, succedendo al fratello Leonardino detto Mastino, aveva iniziato la propria carriera politica, sulla scia, appunto, del fratello. Già nel 1261 era fra i rappresentanti veronesi che presero in consegna il castello di Gazzo. Secondo il cronista De Romana (in Antiche cronache veronesi) nel 1268 – assente Mastino – si condusse come capo della sua parte in occasione dei tumulti provocati dalla fazione avversa. Alberto aveva già dimostrato le sue abilità politiche nelle cariche che aveva già svolto, per cui la sua successione al potere della città fu naturale (anche perché Mastino non lasciò discendenti legittimi) e ben accetta dai cittadini veronesi. Furono soprattutto i mercanti ad essere dalla parte di Alberto, tanto che nel 1269 lo avevano già eletto podestà perpetuo della Domus Mercatorum, che nel 1296 si era infatti nel suo “XXVII regimen”, la conferma, tra l’altro, come egli avesse occupato tale carica sin’allora ininterrottamente; è degna di nota, in proposito, la circostanza che ancora nel 1286 presenziasse di persona alle riunioni del “generale conscilium” della Domus Mercatorum.

Esisteva dunque a Verona una qualche forma di cogestione del potere: fu anzi proprio Mastino, negli anni ’70, a non ricoprire cariche ufficiali nella sua città. Alberto fu podestà di Mantova dal 1272 al 1277, e saputa la notizia dell’assassinio del fratello Mastino, il 26 ottobre 1277 tornò velocemente a Verona da Mantova e, giunto in città, si vendicò degli assassini del fratello. Nei nuovi statuti furono rese note le condanne, che videro pene molto dure, e che furono per questo molto efficaci, tanto che per un lungo periodo non si ebbero nuove rivolte o cospirazioni.  Nel 1276 Alberto fu il materiale esecutore dell’impresa contro il centro ereticale di Sirmione; atti pubblici di questo periodo – ad esempio il trattato con Mainardo II conte di Tirolo-Gorizia, dello stesso anno 1276 – vedono i due fratelli agire assieme. Tutto ciò facilitò, al momento dell’uccisione di Mastino (nell’ottobre 1277), l’immediata attribuzione dell’arbitrium, prontamente rientrato in Verona da Mantova, ov’era in quell’anno podestà (come già nel 1275), da parte della concio veronese, alla quale parteciparono (si noti l’articolazione delle categorie presenti, con l’uso di quel “nobiles et magnates” così arcaico, e raro nella documentazione veronese) “viri nobiles et magnates, anciani, gastaldiones misteriorum Veronae ac universus populus civitatis eiusdem”. La carica alla quale Alberto I venne allora eletto a vita fu quella di “Capitaneus et rector gastaldionum misteriorum et totius populi Veronensis”. Iniziava così la signoria scaligera.

Per quanto riguarda la situazione interna, l’amministrazione che sempre rispettò le forme del governo comunale, fu nei primi anni sostanzialmente tranquilla: si segnala soltanto un episodio di opposizione, quello che portò nel 1286 alla condanna e all’esilio in Treviso (che diventerà la residenza preferita, con Padova, dei fuorusciti veronesi superstiti) del notaio Iacopo di Cesarina, già collaboratore scaligero della prima ora. Il gruppo dei collaboratori politico diplomatici del nuovo signore restò cospicuo: a quanto è dato osservare, si servì inizialmente soprattutto di giudici (Ubertino de Romana, Nicola Dalla Legge, Bonmesio Paganotti), di notai, di esponenti del mondo delle arti, mentre nell’ultimo decennio del suo dominio sembra intravvedersi una certa qual rivalutazione anche a questo livello dell’elemento nobiliare e militare.

Risale a questi anni quella significativa serie di aggiunte allo statuto cittadino, che concretizzando la fondamentale ma generica concessione del 1277 suggellarono il crescente controllo di Alberto I sulla vita politico amministrativa della città: fra le altre quelle che attribuiscono al nuovo signore il diretto possesso di alcuni castelli (già dal 1277), la disponibilità di una guardia personale (dal 1290), grazie alla sua influenza, fece eleggere come capitano il figlio Bartolomeo, consolidando così il potere della famiglia scaligera, e preparando la successione del figlio primogenito, grazie al potere e alla ricchezza privata degli Scaligeri che aumentò considerevolmente, mentre il popolo, ormai suddito, era generalmente soddisfatto della sua situazione, con il controllo sulle spese e sul patrimonio comunale. Particolarmente numerose appaiono le additiones (riguardanti o non direttamente) negli anni 1279 e 1284-85. Anche all’interno della famiglia scaligera, numericamente non ampia in questo periodo, la posizione preminente di Alberto I è riconosciuta senza opposizione alcuna. Sono da menzionare ancora le significative opere pubbliche promosse a partire dall’ultimo ventennio del secolo, nel contesto urbano: da un sostanziale rinnovamento della cerchia muraria alla costruzione in pietra della Domus mercatorum (nel 1301) e alla erezione di nuove chiese. Sin da questi anni, poi, le istituzioni ecclesiastiche locali appaiono sostanzialmente subordinate al controllo del signore. Anche se è ormai dimostrato che il Pietro Della Scala vescovo di Verona fra il 1290 e il 1295 non apparteneva alla omonima famiglia veronese, resta il fatto che né costui né il suo predecessore Bartolomeo né il suo successore Bonincontro lesinarono, favori e investiture; nel capitolo della cattedrale inoltre sedettero sin dagli ultimi vent’anni del secolo, oltre ad Alboino figlio di Alberto I documentato dal 1289, rampolli di importanti famiglie, sia locali sia forestiere (Carbonesi di Bologna, Castelbarco), amiche dei Della Scala di Verona. Particolare rilievo, infine, ha poi il controllo che dimostra di avere nelle principali abbazie cittadine: San Giorgio in Braida e soprattutto San Zeno. Le investiture di cospicue porzioni del patrimonio di questo ultimo ente ai Bonacolsi rivestono una notevole importanza politica. L’intrusione in San Zeno dell’illegittimo Giuseppe (1292) valse come è noto un giudizio di condanna da parte dell’Alighieri (Purg., XVIII,121).

Per quanto concerne la politica estera sin dai primi mesi di governo Alberto I si trovò coinvolto in guerre contro le vicine città guelfe. Nel maggio 1278 iniziò, con l’alleato mantovano, una campagna contro Brescia, conclusasi nel settembre del 1279 con la pace di Montichiari, che assicurò la tranquillità delle vie di commercio fra le due città, e nella quale è fra l’altro menzione di un intervento in Valcamonica, certo in funzione antibresciana. Ma più grave fu quel contrasto con Padova che doveva restare per lunghissimo tempo una delle costanti della politica estera veronese. La guerra, iniziata nel 1278, fu in parte motivata dall’assoggettamento a Padova di Trento e, dunque, dal controllo della via dell’Adige, indispensabile al commercio veronese; in parte dalla incipiente concorrenza per il controllo su Vicenza, contro la quale venne fatto un tentativo già nel 1277. Coi Padovani si allearono i da Camino, Belluno e dal novembre 1278, durante l’assedio di Cologna Veneta, Cremona, Brescia, Parma, Modena e Ferrara. La pace con Trento (luglio del 1279) alleggerì la posizione di Verona, che perse tuttavia Cologna Veneta e subì gravi saccheggi nel distretto, fino alla definitiva cessazione delle ostilità (settembre del 1280).

Anche nel decennio successivo gli episodi di guerra guerreggiata nei quali Verona fu coinvolta ebbero a teatro il Trentino e il Vicentino. Nel 1283 Alberto I intervenne a difesa dell’alleato Bonifacio di Castelbarco contro Trento: in questa zona, la costante amicizia con i Castelbarco e con Mainardo II conte di Tirolo-Gorizia (con il quale sarà rinnovato nel 1290 il patto di alleanza stipulato nel 1276) consentì di tenere la situazione sotto controllo, nonostante i non facili rapporti con il vescovo di Trento. Quanto a Vicenza, nel 1290 fu tentato un colpo di mano contro la città, ripetuto nel 1292, quando i Veronesi presero il castello di Valdagno.

Sicuro dai lati di Mantova e di Trento, Alberto I  poté dedicare la sua attenzione alla situazione politica delle città emiliane, sostenendo i ghibellini. Nel 1287 truppe veronesi parteciparono ad una spedizione contro Modena. Nel 1289, insieme con Mantova e con i da Sesso, reggiani estrinseci da lui appoggiati, stipulò un trattato con il Comune di Reggio, nel quale è tra l’altro evidente la volontà di tutelare la libertà dei commerci veronesi. Due anni più tardi (1291), l’arbitrato esercitato fra Mantova ed Estensi manifestò il prestigio e l’autorevolezza ormai da lui raggiunti nel quadro politico padano.

Proprio in quegli anni egli aveva stretto cospicui legami famigliari, dando in sposa la figlia Costanza al marchese Obizzo d’Este (1289), ed ottenendo per il proprio primogenito Bartolomeo un’altra Costanza, figlia di Corrado d’Antiochia, discendente di Federico Il (1291). In neppure trent’anni, dunque, un’importante ma non eccelsa famiglia della classe dirigente veronese, quale alle sue origini era appunto quella dei Della Scala, era giunta ad imparentarsi con la più alta nobiltà feudale.

La consapevolezza di questo annobilimento si fece evidente, negli anni successivi, in quegli addobbamenti cavallereschi di collaboratori e famigliari per mezzo dei quali celebrò (1294 e 1298) vittorie militari e matrimoni.

Prudenza e realismo, ma anche attenta difesa degli interessi veronesi, caratterizzarono le scelte politiche di Alberto I anche negli anni seguenti. L’avvicendamento, a Mantova, fra Pinamonte Bonacolsi e il figlio Bardellone (1291) non mutò i buoni rapporti fra le due signorie, che aveva migliorato negli anni precedenti sfruttando senza riguardi, a favore degli alleati, il patrimonio di San Zeno. Furono pertanto superati i contrasti insorti per il possesso di Castel d’Ario, che restò a Mantova, e fu stretto un nuovo patto nel maggio 1293. Nel maggio del 1294 tuttavia, la decisione da parte veronese di intraprendere la ricostruzione del castello di Ostiglia pose le premesse di futuri contrasti. Nello stesso 1294  si alleò con la guelfa Padova contro Ferrara, quando morto Obizzo, Azzo VIII d’Este e Francesco d’Este allontanarono da Ferrara Costanza della Scala da Ferrara che aveva sposato il loro padre; Alberto adirato gli dichiarò guerra e, insieme ai padovani, ebbe una grande vittoria, tanto che venne festeggiata con una grande cerimonia, in cui mostrò la sua grande ricchezza: i figli Bartolomeo e Cangrande, insieme ad altri fedeli, furono armati cavalieri e parteciparono alla giostra medievale, mentre agli invitati furono donati vestiti di porpora. Altra grande festa venne indetta per le nozze del figlio Alboino con la figlia di Matteo Visconti il 28 dicembre 1298, a cui partecipò anche il popolo di Verona.

Dopo alcuni anni di pace, fu nel 1297 e nel 1299 costretto ad intervenire nuovamente con la forza, per mantenere l’assetto vigente, e non a caso proprio nelle due località chiave per lo sviluppo economico e politico veronese: il Trentino e Mantova. Le discordie interne alla famiglia Castelbarco consigliarono infatti un intervento militare, operato dal figlio e collega Bartolomeo nel febbraio 1297, intervento che si concluse con la conquista di diversi castelli nella Val Lagarina. Di ben maggiore rilievo fu l’episodio mantovano. Nella famiglia Bonacolsi non si era sin’allora affermata la sicura leadership di un membro, come già era apparso evidente agli inizi dell’ultimo decennio del secolo. Tagino Bonacolsi aveva infatti tentato di esautorare il dominus di Mantova, il fratello Bardellone, e aveva cercato di staccare la città dalla ormai consolidata alleanza con Verona. La stipulazione da parte di Tagino di un trattato di amicizia con Ferrara a nome proprio e del fratello indusse ad un colpo di mano (2 luglio 1299), che mise fine alla signoria di Bardellone e portò al potere il nipote di quest’ultimo Guido detto Botticella: costui di lì a poco concluse una lega con lo Scaligero e sposò Costanza Della Scala, la figlia vedova di Obizzo d’Este. La rinnovata alleanza fra le due città troverà riscontro nella breve guerra trentina del 1301, occorsa subito dopo la morte del Della Scala.

Contemporaneamente all’aggravarsi della crisi mantovana, nella prima metà del 1299 un’altra vicenda diplomatica aveva dato la misura dell’allargarsi degli interessi all’intera area padana. Insieme con Matteo Visconti, la cui figlia Caterina aveva sposato nel settembre del 1298 Alboino, figlio di Alberto I il signore di Verona, esercitò infatti fra l’ottobre del 1298 e il maggio del 1299 l’arbitrato fra il Comune di Bologna e i Lambertazzi per il rientro di questi ultimi nella città emiliana. Nei confronti delle famiglie ghibelline bolognesi (fra le altre, quelle dei Principi e dei Carbonesi), come del resto di quelle di altre città (fra i presenti a Verona in questi decenni si possono citare i Dovara, i da Sesso, i Pio), aveva da tempo praticato una coerente politica di sostegno e di ospitalità.

Mentre andava ulteriormente accentuando il proprio controllo sul governo cittadino, Alberto I ebbe sul fronte interno a che fare più volte nel decennio 1290-1300 con opposizioni e congiure. Male necessario di tutti i regimi signorili, esse sembrano essere nate anche da ambienti vicini o compartecipi del potere, piuttosto che dall’inquietudine (pure, forse, non assente) della nobiltà tradizionale, tanto nel caso del 1294 quanto in quello del 1299 (più grave, perché avvenuto in coincidenza – e forse in connessione – della crisi mantovana).

Ricordando la sua origine Alberto, nel 1301, fece erigere un nuovo palazzo in piazza Erbe, la Casa dei Mercanti, in pietra veronese e con la classica merlatura ghibellina, ma ebbe anche cura degli edifici religiosi. Altri lavori pubblici furono il miglioramento delle difese cittadine e la risistemazione delle strade, la restaurazione del ponte Pietra e la ricostruzione in pietra del ponte Nuovo. L’opera più importante fu l’ampliamento delle mura a nord della città, da porta Vescovo a porta Vittoria. Importante, all’esterno delle mura cittadine, fu la politica di creazione di un baluardo a difesa del territorio veronese lungo i confini: per questa politica i matrimoni divennero un’arma fondamentale. Questi non erano conseguenza dell’aspirazione dello scaligero di assumere un titolo nobiliare, tanto che egli non voleva distinguersi dalla borghesia cittadina, ma conseguenza della sua voglia di affermare la fede ghibellina. Lasciò eredi universali i tre figli, dosando sapientemente la gerarchia interna fra di loro in ragione dell’età: Bartolomeo, il maggiore, già da tempo capitano, veniva nominato tutore di Cangrande (il minore dei tre), che doveva “governare” l’altro fratello, Alboino.

Alberto I morì a Verona il 3 settembre 1301, aveva sposato, prima del 1263, Verde da Salizzole, che morì dopo di lui, il 25 dicembre 1306.

FONTI:

  • Dizionario Biografico degli Italiani Treccani – (1989)
  • Wikipedia

a cura di Matteo Soave