L’Indovinello Veronese


L’Indovinello Veronese è il più antico testo scritto in lingua romanza a noi pervenuto.  È un appunto scritto da un ignoto copista a margine di una pergamena appartenente ad un codice più antico. La datazione dell’appunto è attribuita tra il VIII secolo ed il IX secolo. Il breve testo appuntato ha una sua riconosciuta importanza come probabile prima manifestazione scritta della nascita del volgare in Italia.

L’Indovinello Veronese

L’appunto ritrovato sul codice è composto da tre righe scritte in corsiva nuovo vergato[1]. La prima e la seconda compongono l’Indovinello Veronese propriamente detto e sono scritte in volgare. La terza riga è, invece, una formula convenzionale scritta in latino di benedizione, indipendente dall’Indovinello Veronese.

L’appunto noto come Indovinello Veronese

La trascrizione diplomatica[2] dell’appunto è la seguente:

  1. separebabouesalbaprataliaaraba & albouersorioteneba & negrosemen
  2. seminaba
  3. gratiastibiagimusomnip(oten)ssempiterned(eu)s

L’interpretazione convenzionale che viene data alle prime due righe (appunto quelle che costituiscono il corpo dell’Indovinello Veronese) è:

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba et negro sèmen     seminaba

Che tradotta in italiano corrente viene resa come:

Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, e un bianco aratro teneva e un nero seme     seminava

La breve formula di benedizione alla terza riga, invece, recita: “Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus” che si traduce in italiano corrente come: “Ti ringraziamo, Dio onnipotente ed eterno”.

Origini e scoperta dell’Indovinello Veronese

L’Indovinello Veronese viene scoperto casualmente da Luigi Schiaparelli nel 1924. Schiaparelli, storico e paleografo piemontese, rinviene nel Codice LXXXIX (un Orazionale Mozarabico[3]), custodito presso la Biblioteca Capitolare di Verona, un appunto scritto a mano sul recto della pagina 3. Fu poi Vincenzo de Bartholomaeis con il contributo di una sua studentessa a scoprirne il senso due anni più tardi.

Schiaparelli studiò il tragitto del codice individuandone l’origine più probabile nella Terragona in Spagna (forse proprio a Toledo) agli inizi del VIII secolo e pervenuto a Verona prima della fine del secolo medesimo. Molto probabilmente apparteneva ad un insieme di manoscritti che durante l’VIII secolo furono portati fuori dalla Spagna nel corso del VIII secolo per essere messi in riparo dalla conquista araba del Regno di Toledo, avvenuta nel 711. Il testo prima di giungere a Verona passò da Cagliari, attestato dalla firma sul primo foglio di Sergio, visdomino della Chiesa cagliaritana, e da Pisa, attestato da una nota autografa a carta 3 di Maurizio canevarius di Liutprando datata “in XX anno Liutprandi regis” ovvero il 731-732.

L’origine veronese dell’appunto è stata rapidamente confermata dal filologo Giulio Bertoni grazie ad una serie di osservazioni di geografia linguistica e dunque da tratti tipici del dialetto veneto (per esempio il termine versorio e i verbi all’imperfetto indicativo in -eba).

Importanza dell’Indovinello Veronese

In realtà trattandosi di un appunto scritto a margine l’Indovinello Veronese, pur conservando una notevole importanza autoreferenziale (è interessante accostare l’appunto ad un momento di distrazione del copista), non si può affermare che rappresenti un punto di svolta epocale nel passaggio dal latino al volgare. Solo nel X secolo con i Placiti capuano e i Placiti cassinesi si avrà una scrittura del tutto libera da declinazioni e condizionamenti dalla lingua latina.

In particolare l’Indovinello Veronese conserva caratteri tardolatini ed da diversi filologi viene messa in discussione la chiara coscienza linguistica dello stesso copista di adoperare una lingua distinta da un latino volgare, fatto messo in disussione proprio da quella terza riga scritta in latino classico.

Nonostante questo aspetto l’Indovinello Veronese rimane una testimonianza di un primo sviluppo, ancora in fase embrionale, potremmo dire, verso il volgare e dunque verso l’italiano.

La Soluzione

L’indovinello Veronese intende essere una analogia fra il lavoro del contadino nei campi e il lavoro dell’amanuense stesso. I “buoi” sarebbero le dita delle mani, i “bianchi prati arati” sarebbero le pagine bianche, “il bianco aratro” la penna d’oca e il “nero seme” che seminava l’inchiostro.

 

NOTE:

[1] La Corsiva Nuova o corsiva minuscola o tarda corsiva minuscola è una forma di scrittura a mano evolutasi dalla corsiva romana. Come forma si sviluppa fra il II e il III secolo ed è adottata come forma di scrittura prevalentemente dal III al VII secolo. In particolare mantiene caratteri affini a quelli contemporanei.

[2] Per Trascrizione Diplomatica si intende la copia fedele da un manoscritto antico di ciò che il copista o l’autore ha scritto, trascrivendo il contenuto così come si presenza lasciando immutata l’ortografia originale.

[3] Ovvero un libro di preghiere liturgiche adoperato in Spagna e scritto in caratteri visigoti.

 

FONTI:

a cura del Dott. Paolo Giacon