I cani nel Medioevo


I cani sono spesso presenti nei testi e nell’arte del Medioevo: cani da guardia, da caccia e viziati cani da grembo.
Nelle case c’erano sempre un cane e un gatto. Di solito non erano considerati animali d’affezione, ma da lavoro: i gatti eliminavano i topi, mentre i cani erano utili per radunare il bestiame e fare la guardia.

A volte i cani, così come i maiali, potevano essere un pericolo per i bambini piccoli, soprattutto nelle città: erano lasciati liberi di vagare per le strade e a volte entravano nelle case e attaccavano i lattanti incustoditi.

Nel bestiario di Pierre de Beauvais, sono elencate molte razze di cani, divisi in due tipi: quelli che cacciano nella foresta e quelli che fanno la guardia alle case per amore dei padroni. Secondo de Beauvais, i cani potevano guarire le ferite leccandole.

I cani da caccia erano molto costosi e spesso vivevano una vita migliore rispetto a tanta gente povera.
Nei castelli, i cani da caccia vivevano in canili riscaldati e mangiavano un pane speciale preparato appositamente per loro. I cani da caccia venivano trattati con cura.

Gaston Phoebus, autore del “Livre de chasse”, un trattato sulla caccia, raccomanda l’uso di erbe medicinali per curare la rogna, malattie di occhi, orecchie e gola e anche la rabbia. Zampe gonfie, danneggiate dalle spine o dalle ginestre avevano bisogno di cure, le spalle dislocate erano trattate dagli aggiustaossa e le zampe rotte venivano steccate.

I cani potevano essere impiegati per cacciare una gran varietà di selvaggina: cinghiali, cervi, uccelli, conigli, lupi.

La caccia al cervo, la preda preferita dei nobili, avveniva in estate e i cacciatori usavano diversi tipi di cani: segugi per rintracciare la preda col fiuto e cani da caccia per spingerla verso i cacciatori a cavallo.
Quando un cervo veniva ucciso, ognuno, cani inclusi, riceveva la propria parte di carne.

Branchi di cani venivano addestrati a seguire la preda con il fiuto. Messi alle strette, i cinghiali cercavano di scappare infilzando i cani con le loro zanne.

I cani erano impiegati anche nella lotta con gli orsi: la gente pagava per far combattere i propri cani contro un orso incatenato. Se l’orso guaiva, il proprietario del cane vinceva un premio.

John Caius elenca una gran varietà di cani nel suo “On English Dogges” (1570).
Divide i cani da caccia in due gruppi, quelli che inseguivano e attaccavano la preda (terrier, segugi, levrieri, cani da lepre, etc) e cani da piuma (spaniel, setter, cani da acqua, etc).

Descrive anche i cani da grembo, spesso bianchi e a pelo lungo, amati dalle dame. Secondo una antica tradizione, un cane da grembo tenuto sul petto dà sollievo ai dolori di stomaco e alla debolezza.

Tra i cani da lavoro, Caius menziona i mastiff, i cani da guardia, i cani dei macellai, cani usati come messaggeri che avevano il compito di portare messaggi celati nei loro collari di pelle, cani usati per far girare le ruote dei pozzi per estrarre l’acqua, i cani degli stagnini che portavano il secchio del padrone, e i cani da difesa.
Caius conclude il trattato descrivendo i cani bastardi e bricconi, tra cui “l’avvisatore”, capace solo di abbaiare, quello che faceva girare gli spiedi nelle cucine e cani ballerini, usati negli spettacoli di artisti e giocolieri.

Lo studioso Alberto Magno scrisse molto sull’addestramento e la cura dei cani: secondo lui il miglior cucciolo era l’ultimo ad aprire gli occhi o quello che la madre trasporta per primo.
Una cagna incinta dovrebbe essere nutrita con latte, siero di latte, burro, pane e carne cotta.
Raccomandava di nutrire i cuccioli con siero di latte misto a latte e burro e poi svezzarli a otto mesi con pane ammorbidito con un po’ di siero di latte.

L’addestramento per la caccia doveva iniziare a un anno e mezzo di vita e i cani dovevano essere introdotti all’esercizio fisico gradualmente.
Per addestrare un cane da guardia, il cane doveva essere incoraggiato ad attaccare un uomo coperto di una veste di cuoio pesante. L’uomo doveva cadere a terra e lasciare che il cane lo mordesse.
I cani da guardia dovevano essere legati e rinchiusi tutto il giorno e liberati solo di notte.

Nel Medioevo i collari dei cani erano spesso fatti di pelle o di stoffa e i cagnolini da grembo indossavano spesso collari adornati da campanelli.
I cani di Carlo V di Francia portavano collari di lusso, fatti di materiali preziosi: di velluto, d’oro e d’argento, con campanelli, borchie, fibbie e decorazioni a forma di fiordaliso.

Il cane, da sempre simbolo di fedeltà, era usato anche negli stemmi araldici, col significato di un uomo leale che non abbandonerebbe mai il suo signore e che è pronto a combattere per lui fino alla morte.
Ci sono anche molte leggende e aneddoti legati ai cani.
Molte testimonianze narrano di cani che, dopo la morte del padrone restavano a vegliare la tomba. L’autore di “The goodman of Paris” narra di aver visto un vecchio cane giacere tristemente sulla tomba del padrone, ucciso in battaglia dagli Inglesi, a Niort, nel 1373.
Il Duca di Berry, vide con i suoi occhi un cane che rifiutava di spostarsi dalla tomba del padrone. Alla fine al cane fu assegnata una pensione di dieci franchi vita natural durante, riscossa da un vicino che aveva l’incarico di nutrire il cane.

Venivano narrate molte leggende sui Cinocefali, una popolazione dalla testa di cane che viveva in terre lontane. Una storia su Sant’Andrea e San Bartolomeo durante una loro visita ai Parti parla di un abominevole uomo dalla testa di cane che viveva in una città di cannibali e che perse la testa di cane una volta battezzato.
Una vecchia tradizione sostiene che San Cristoforo fosse un Cinocefalo: Walter di Speyer (967-1027) lo ritrae come un cannibale dalla testa di cane. Dopo aver incontrato il bambino Gesù, si era pentito, aveva ricevuto il battesimo e aveva dedicato la propria vita a Dio.
Il teologo del nono secolo Ratramnus dibatteva in una lettera se i Cinocefali dovessero essere considerate umani oppure no.
Marco Polo diceva che i Cinocefali vivevano sull’isola Angamanain, mentre secondo “I viaggi di Sir John de Mandeville” vivevano sull’isola Nacumera.

Anche altri santi sono legati ai cani.
San Rocco, il santo patrono degli appestati, è associato con un cane. Appestato e affamato, San Rocco fu aiutato da un cane che gli portava il pane e leccava i bubboni che aveva sul corpo per alleviare il suo dolore.

La madre di San Domenico sognò un cane bianco e nero con una torcia fiammeggiante in bocca, mentre era incinta. Il sogno simboleggiava l’ordine dei Domenicani che proteggeva dai pericoli dell’eresia, come i cani da guardia proteggevano dai pericoli.
Una storia simile viene narrata anche a proposito di San Bernardo di Clairvaux, la cui madre sognò un cane bianco che abbaiava, durante la gravidanza.

Nel tredicesimo secolo, nella diocesi di Lione esisteva il culto di un santo non ufficiale, un cane chiamato Guinfort. Le donne portavano i bambini al suo tempio nella foresta perché San Guinfort era un protettore dei giovani e la gente del luogo pregava Guinfort quando erano malati o avevano bisogno di aiuto.
Tempo prima, il figlio di un nobile era stato lasciato solo in casa e un grande serpente si era avvicinato alla culla.
Guinfort, il levriero del nobile, aveva attaccato il serpente e lo aveva ucciso, rovesciando la culla durante la lotta. Tornati a casa, i genitori del bambino avevano trovato la culla vuota e il cane ricoperto di sangue.
Pensando che avesse ucciso il bambino, il nobile trafisse il cane con la sua spada. Poco dopo, trovò il bambino tranquillamente addormentato accanto al serpente morto e, preso da un grande rimorso, il padrone di Guinfort fece seppellire il cane e piantò alberi intorno alla tomba.
Quel luogo divenne il tempio nella foresta dedicato a San Guinfort.

Anche molti rimedi popolari derivavano dai cani: un dente di cane portato al collo o al braccio di un malato di itterizia, lo avrebbe curato.
Portare addosso un dente di cane evita anche che i cani possano abbaiare contro chi lo porta, perciò amuleti ricavati da denti di cane venivano usati dai ladri per non essere scoperti.
La testa di un cane, ridotta in cenere e mischiata con olio di rose, poteva essere usata sulle ulcere.

Leggende più inquietanti del Regno Unito parlano di cani spettrali, enormi e neri, che apparivano per preannunciare una morte o una disgrazia. Questi tetri araldi di morte assumevano nomi diversi a seconda dei luoghi di origine delle varie leggende (Barghest, Black Shuck, Padfoot, Gytrash, etc.)

Nei manoscritti astronomici, vengono descritte anche due costellazioni canine, Canis Major e Canis Minor, compagne della costellazione del cacciatore Orione.
Sirio, la “stella-cane”, una stella binaria e la più brillante del cielo, è rappresentata come la lingua o il naso della costellazione del Cane Maggiore.
Sin dai tempi più antichi, Sirio era ritenuta responsabile per i giorni caldi di tarda estate (canicola, dall’antico nome di Sirio, Canicula, ovvero “piccolo cane”) e delle malattie che spesso si diffondevano in quel periodo, e anche per la pazzia dei cani.

FONTI:

  • Feudalism and Village Life in the middle ages – Mercedes Padrino
  • Days of the Knights. A tale of castles and battles – Christopher Maynard
  • Cross-section Castle – Stephen Biesty
  • Knight – Christopher Gravett
  • The Usborne Book of Castles – Lesley Sims
  • Medieval Dogs – Kathleen Walker-Meikle
  • The Middle Ages Everyday Life in Medieval Europe – Jeffrey L. Singman
  • Immagini: http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/welcome.htm

a cura di Ilaria Tomasini